Fukushima e il Vajont

Non so perche’ ma quando penso a quello che e’ accaduto a Fukushima, mi viene in mente il disastro del Vajont.

Un’opera di ingegneria che si arrende alla forza della natura. Un evento non previsto o magari semplicemente ignorato, perche’ ritenuto talmente improbabile da sembrare impossibile.

E quando accade, come dice Marco Paolini nella sua orazione civile sul disastro del Vajont, rimane la resa mistica. E allora penso al governatore di Tokyo, Shintaro Ishihara, quando dice che lo tsunami e’ stata una punizione divina. A proposito, mi piacerebbe sapere cosa ne pensano gli abitanti del Tohoku e della zona di Iwate, sul fatto di essere stati puniti.

Sarebbe bello se in futuro, uno scrittore o un autore di teatro giapponese scrivesse una sua orazione civile su quello che e’ accaduto. Credo che nel suo piccolo, sarebbe d’aiuto a chi in questi mesi vive sulla sua pelle questa esperienza. Probabilmente pero’, questo genere di operazione, non e’ nelle corde dei giapponesi, quindi non ho grandi speranze. Ovviamente credo che se fosse fatto da uno straniero, non avrebbe lo stesso impatto e importanza.

Desideri a parte, credo sia facile immaginare cosa significa tutto questo per un paese dove la tecnologia e l’ingegneria sono due pilastri portanti. Siamo davanti al fallimento di un modello? Non lo so. Certo qualcosa credo che andrebbe rivisto. Qualche settimana fa in Italia, discutevo con miei riguardo le centrali nucleari. Ad un certo punto mio padre ha fatto un’osservazione che ho trovato molto interessante: “Va bene, ammesso che ci sia un bisogno effettivo delle centrali, con tutto cio’ che ne consegue, perche’ non cambiare l’idea stessa di centrale? Sono strutture sempre progettate da ingegneri. Ma perche’ non se ne occupa anche l’architettura? In fondo il loro lavoro e’ quello di rendere piu’ funzionali gli edifici e le zone intorno. Hanno sicuramente una visione diversa, piu’ aperta. Non si tratta certo di fare un posto piu’ bello esteticamente ma di renderlo piu’ sicuro.” Ecco, magari avere un po’ piu’ di flessibilita’ e aprire gli orizzonti, potrebbe essere un inizio.


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